Musica italiana: lo sfogo dei Colapesce

“Noi ci siamo stufati di stare in silenzio e non c’importa se per questo motivo perderemo delle occasioni: vogliamo rispetto e vogliamo essere trattati da persone e non come bestie”. E’ uno sfogo non da poco, quello pubblicato dai Colapesce, band siciliana abbastanza nota nel circuito indie nostrano, sul proprio profilo Facebook. Il gruppo capitanato da Lorenzo Urciullo ha denunciato le condizioni disastrose in cui si è venuto a trovare in occasione di un concerto a Battipaglia, in provincia di Salerno. C’è davvero di tutto nelle parole degli autori di Un meraviglioso declino. Dalle mancate comunicazioni, ad una sistemazione indecente, passando per una cena avariata. Una lettera che, oltre a raccontare un episodio, può servire a stimolare una riflessione. Perchè è così difficile fare musica in questo paese? Di certo, oltre alla poca affidabilità di alcune persone, a essere venuta meno è l’attenzione verso la cultura, di qualunque tipo questa sia. Solo così è possibile spiegare la mancanza di rispetto verso ragazzi che cercano, in tutti i modi, di promuovere il proprio lavoro. “[…] speriamo che questa lettera aperta dia coraggio anche a qualche altra band costretta, anche altrove, a suonare in situazioni inaccettabili. Ci piacerebbe – concludono i Colapesce – che da questo nostro sfogo potesse nascere una riflessione su cosa voglia dire fare musica in Italia ora come ora”.

Per chi volesse leggere la lettera integralmente, è possibile trovarla cliccando qui.

Nicolò Carnesi: Ritratto di un cantautore al tempo della crisi

La musica c’è, ma “bisogna essere affamati” e cercarla. Parola di Nicolò Carnesi, uno dei nuovi cantautori italiani più interessanti, autore dell’ottimo album d’esordio Gli eroi non escono il sabato. Il giovane songwriter siciliano si inserisce con grande disinvoltura all’interno della scena indie italiana, mostrando subito un’innata capacità di scrivere ottime melodie e testi suggestivi. Il disco è un lavoro gradevole, una sorta di ritratto di quelli che sono i tempi che stiamo vivendo. C’è una certa sfiducia verso il futuro (Il colpo), un tentativo di evasione verso luoghi lontani e forse più felici (Mi sono perso a Zanzibar) e una certa attenzione per le storie personali (Penelope spara e Levati su tutte). Ma c’è anche una buona padronanza musicale, testimoniata dalla virata dai toni new wave di Ho poca fantasia e dalle melodie, ricercate ma accesibili.

Ciao Nicolò, ho deciso, nel mio blog, di parlare di musica sociale, intendendo quella musica influenzata dal contesto e che, allo stesso tempo, può influenzare il contesto stesso. Mi sembra che, attualmente in Italia, siano in pochi a scrivere canzoni “al passo con i tempi”. Tu ti senti un cantautore “sociale”?

Non mi sento un cantautore sociale, detesto parlare di politica; certamente subisco anch’io le influenze del contesto in cui vivo, ma non ricerco la satira o la critica nelle mie canzoni. Quello che viene fuori è assolutamente estemporaneo, innescato da un certo disincanto  nei confronti dell’ambiente sociale a me vicino.  Il merito fondamentale dell’arte è quello di trascendere dai comuni problemi e far pensare ad altro e, anche se è possibile e probabile ritrovare dei riferimenti al suo interno, bisogna, a mio parere,  non ostentare la cosa, soprattutto in un ‘epoca come la nostra.

Quanto la tua musica e le tue parole sono influenzate da quello che vivi quotidianamente?

Tantissimo, però filtro tutto quello che vivo. Cerco di bilanciare il vero con tutto ciò che è semplicemente frutto della mia mente. Conduco una vita abbastanza normale, sarebbe noioso se parlassi solo di quello che mi succede.

Mi sembra che la musica mainstream italiana sia prodotta in una sorta di mondo altro, lontano da quello che quotidianamente vive ognuno di noi. C’è un antidoto?

Bisogna avere fame, l’italiano medio ha assunto una personalità che mi ricorda quella di una pecora, non si cerca più il diverso, ci si fa imboccare dal pastore e ci si accontenta di quello che ci viene dato. Non c’è mica bisogno di fare i salti mortali, ormai grazie ad internet tutto è alla portata di tutti, basterebbe avere un minimo di curiosità.

C’è, al momento, una nuova scena di songwriters italiani? Penso a te, a Brunori, a Dente

Ci siamo noi e ce ne sono tanti altri, basti pensare a Dimartino o Colapesce, entrambi miei conterranei. Invito sempre alla ricerca, bisogna non accontentarsi di quello che già si conosce e avere vogli di superare l’orizzonte.

Parliamo del tuo disco. Personalmente, lo sto consumando. Cosa ti ha spinto a scrivere queste canzoni?

La semplice voglia di farlo, questi pezzi sono dati nella mia stanza, senza alcuna pretesa, non sapevo dove sarebbero finiti, se sarebbero mai stati ascoltati: avevo il naturale bisogno di scriverli e l’ho fatto. Ora ovviamente sono molto contento che il disco stia uscendo dagli stretti confini della mia camera, ma spero di continuare a mantenere la stessa naturalezza nello scrivere.

Ne “Il colpo” mi sembra di vedere una certa sfiducia verso la nostra società. C’è da essere così pessimisti?

Di natura io sono parecchio pessimista: per farti capire, quando prendo un aereo sono sempre convito che dovrà cadere, ma nel momento in cui atterro sono felice il doppio degli altri nell’essere sano e salvo! Voglio dire insomma, che un pessimismo di fondo  è utile se infine ci si è sbagliati. Spero tanto che un giorno una canzone come il colpo venga definita poco identificativa dei tempi.

E Penelope? Mi piacerebbe conoscere la sua storia.

Non amo molto parlare dei riferimenti personali delle mie canzoni, come dicevo qualche riga  su, c’è una storia reale di fondo ma non è mai finita con uno sparo.

Com’è nata l’idea del duetto con Brunori? 

Avevo voglia di raccontare questa canzone a due voci e, visto che si parla di viaggio e di ricerca, mi piaceva l’idea che lui interpretasse una  parte di me cresciuta, un po’ logorata da questo fantomatico vagare senza fine. Sono convinto che Dario ci sia riuscito bene.